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MALATTIE EMATOLOGICHE

Smettere di fumare come parte integrante della terapia

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Articolo pubblicato il 26 August 2020
smettere di fumare
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I Il fumo è il principale fattore di rischio prevenibile di tumore ed è responsabile di circa il 40% di tutte le morti per tumore ogni anno. Per esempio, il fumo aumenta il rischio relativo di Leucemia Mieloide Acuta del 40% e del 25% rispettivamente in fumatori ed ex-fumatori.

 

Se la relazione tra fumo e tumore non è certo una sorpresa, lo stesso non si può dire del fatto che, come spiega un commento pubblicato sul Journal of the American Medical Association, molti pazienti non smettono di fumare dopo aver ricevuto una diagnosi di tumore. Con gravi conseguenze per la loro salute.

 

Secondo il Report of the Surgeon General del 2014, infatti, continuare a fumare dopo una diagnosi di tumore è associato con un aumento significativo della mortalità per ogni causa, per la mortalità specifica per il cancro e per la mortalità dei tumori secondari primari. Alla stessa conclusione arriva uno studio giapponese di qualche hanno fa condotto su oltre 30.000 pazienti iscritti al registro nazionale tumori del Giappone e pubblicato sulla rivista Annals of Oncology.

 

Secondo la ricerca, i fumatori hanno un rischio maggiore del 59% per tutti i tumori secondari e un rischio del 102% più alto per tutti i secondi tumori primari rispetto ai non fumatori. Rispetto a coloro che non avevano mai fumato, i sopravvissuti ad un tumore con una storia di tabagismo presentavano un rischio significativamente più elevato per i tumori secondari primari. In particolare tumori secondari del cavo orale e della faringe, dello stomaco, del polmone e tumori ematologici. E questo indipendentemente dal sito di origine del tumore primario.

 

Questi dati - sia quelli relativi al più elevato rischio di sviluppare tumori primari secondari sia quelli relativi al comportamento dei pazienti - sono un motivo sufficientemente valido, secondo gli autori del commento sul Journal of the American Medical Association, perché programmi che aiutino i pazienti a smettere di fumare diventino il quarto pilastro dell’assistenza oncologica, insieme a chirurgia, chemioterapia e radioterapia.

 

Proprio in questo senso ha preso le mosse un’iniziativa statunitense raccontata dal New England Journal of Medicine. Si chiama Cancer Cessation Initiative, in codice C3I, ed è stata lanciata nell’ambito del programma Moonshot del National Cancer Institute. Ha l’obiettivo ampliare l’accesso e l’efficacia dei programmi per smettere di fumare per i pazienti con tumore. Ma quali sono i fattori necessari al successo di un programma del genere? Secondo Michael C. Fiore, Heather D’Angelo e Timothy Baker, i tre autori del commento apparso sul Journal of the American Medical Association (Fiore è anche autore dell’editoriale del New England Journal of Medicine), perché un programma antifumo avviato in un centro oncologico abbia successo è necessario che vengano rispettate alcune condizioni ben precise.

 

In primo luogo deve essere adottato e sostenuto politicamente, logisticamente e finanziariamente, riducendo l’onere sui singoli medici e le singole strutture, e creando programmi compatibili con i flussi di lavoro delle strutture di assistenza sanitaria.

 

Un altro fattore importante è la necessità di garantire al maggior numero possibile di pazienti l’accesso a questi programmi: devono presenti in modo capillare sul territorio e offerti sistematicamente. Infine, tali programmi devono aver dato prova della loro efficacia per i pazienti ed ex-pazienti che li adoperano, ovvero includere sia terapie comportamentali supportate da consulenze frequenti e prolungate sia eventuali terapie farmacologiche.

 

Insieme a queste condizioni favorevoli, vi sono tuttavia diverse barriere che si possono individuare. Oltre a quelle più prevedibili di ambito economico, vi è innanzitutto quella rappresentata dalla necessità di formare oncologi, ematologi e personale sanitario in questo senso. Come spiega l’editoriale pubblicato sul New England Journal of Medicine, spesso i medici, concentrati sull’esigenza primaria di curare il tumore, tendono a relegare il trattamento della dipendenza da tabacco su un piano secondario. Inoltre, spesso, essi stessi si ritengono non adeguatamente formati per offrire un trattamento efficace o temono di aggravare il senso di colpa e di vergogna che alcuni fumatori provano dopo una diagnosi di tumore.

 

Infine, i pazienti che si sottopongono a chemioterapia e/o radioterapia sono spesso spossati, non in grado di seguire di persona anche un programma per smettere di fumare oltre alle sedute di terapia, le visite e via dicendo. Anche questi elementi andrebbero presi in considerazione nel disegno di questi programmi, che potrebbero avvantaggiarsi di tecnologie come applicazioni per smartphone e piattaforme per la telemedicina.

 

Nonostante queste barriere, è importante che questi programmi vengano realizzati e offerti ai pazienti, perché poi funzionano e aiutano i pazienti con tumore a stare lontani dalle sigaretta, come mostra uno studio pubblicato nel 2019 sulla rivista JAMA Network Open, da un gruppo di ricercatori dell’Anderson Cancer Center della University of Texas. La ricerca illustra l’esempio del programma istituito presso il centro texano e riporta che tra 3.245 partecipanti, il tasso di astinenza da tabacco era del 45,1% a 3 mesi, 45,8% a 6 mesi e 43,7% a 9 mesi.

 

 

 

Fonti e Bibliografia:

Fiore MC, D’Angelo H, Baker T. Effective Cessation Treatment for Patients With Cancer Who Smoke—The Fourth Pillar of Cancer Care. JAMA Network Open, 2019; 2(9): e1912264. doi: jamanetworkopen.2019.12264.

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American Cancer Society. Cancer Facts & Figures 2019 (Ultimo accesso 29 Aprile 2020).

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